martedì 11 marzo 2014

Punti interrogativi

Si muove. Ha una faccia quadrata e poco tempo per sondare i misteri dell'esistenza.
Si, si muove, sempre...

Ma ha poco tempo.

Una sera che avevo un numero particolarmente alto di punti interrogativi nell'anima, cercai di costringerlo a stare vicino a me, per sviscerarli insieme.
Fremeva, sull'antica sedia su cui lo avevo convinto a sedere.
Lo sguardo vagava disperato all'intorno, senza posa.
Sudava.

Lo lasciai andare: "Vai", gli dissi, "o perderai il momento".

Considerai sorridendo gli infiniti momenti che ho perso io in tutta la mia vita.
e quindi mi affacciai alla finestra a contemplare da solo il vuoto
e riempirlo beatamente dei miei punti interrogativi.

No, non tutti sanno fermarsi a farsi domande.

O forse non vogliono.
giovedì 6 marzo 2014

La Soffitta

E' una Soffitta, una vecchia soffitta, uno stanzone con un letto, un tavolo zeppo di libri, carte e tazzine sporche di caffè, e libri, tanti libri.
Vi si accede da una scala esterna, che circonda l'edificio dando accesso anche all'appartamento del primo e unico piano sottostante.
Qui vivo io, adesso, in meravigliose Solitudini, da quando è accaduto il Tradimento.

Sì, quando la vita tradisce, hai due possibilità: l'una è uccidersi, ma mi manca il coraggio di fare una scelta definitiva: così ho trovato una via più adatta ai vili: andare a vivere nella Soffitta.
Ci sto da Re, io, nella Soffitta, sì: padrone di un tempo di pacate Tristezze e dolcissime Malinconie, che si snodano pian piano al suono di un vetusto Liuto, mentre contemplo, la sera, la piazza vuota dalla finestra...

Poi trovo in me stesso un po' di calore umano e mi stendo sul letto: forse una lacrima, forse un sorriso, e la Notte viene a parlarmi.



Ricordo un tempo, che il tempo aveva un sapore dolce... 
quando ero capace di nuotare nei tuoi occhi e lasciarmi trasportare dalla corrente delle tue parole;
quando ci si incontrava per incontrarsi e non perchè c'era qualcosa da fare;
quando ci si parlava per parlarsi e non per comunicare ordini e impegni;
quando ogni attimo era lì per esserci, e non per essere impiegato...

E ora mi preparo alla morte fra ingranaggi frenetici,
quando avrò esaurito l'ultimo rifugio dell'ultima, disperata fantasia.
 
mercoledì 5 marzo 2014

Le case antiche hanno molte storie da raccontare.
Le case antiche conoscono molti fantasmi.
martedì 4 marzo 2014

domenica 2 marzo 2014

Antico...

...e finalmente accadde.
Trasportato dalle note misteriose di un liuto, che nel loro stesso timbro musicale albergano un profondo, antichissimo mistero, viaggiai attraverso vetusti sentieri immersi in un bosco arcano, fino a una casa antichissima, che risiedeva nel mezzo di una radura, solenne, quasi sacra.

Mi stavano attendendo.
Il ritmo della giornata non poteva riprendere senza di me.
Mi ripresi dallo stordimento dovuto al lungo, frenetico, viaggio e alla prolungata permanenza in quegli strani luoghi dove avevo a lungo soggiornato... Facevo fatica a ricordare... fatica, sì...

Entrai nella vecchia stanza con i pesanti mobili in legno scuro, e sedetti davanti al caminetto.
Le note del liuto erano più intense, calde, misteriose, e vidi vicino al caminetto colui che lo suonava: era lui, sì, mi stava aspettando... con pazienza, negli anni, nei secoli... il tempo è relativo, in fondo...

Mi aspettavano per il dialogo della sera. Ricordavo, adesso, sì! Erano tutti lì, amici, familiari, tutti. Riabbracciando con la memoria le antiche consuetudini, ricordai il dialogo della sera, e i sorrisi, e la musica del liuto, e le mani che si carezzavano, e un buon bicchiere insieme...

Raccontai dello strano mondo alieno in cui ero stato, della vita che corre, che si compra, che si vende, che si strappa, che si lacera, che lacera il cuore, che corre, corre, e ancora corre, su spietate strade ferrate e in disperati abbandoni di freddo, ferro, plastica e baratri di solitudine e frenesia...

Poi non potei più andare avanti.

Presi un buon bicchiere, e socchiusi gli occhi, sprofondandomi nella vetusta poltrona, fra i vecchi amici, al suono dell'antico magico Liuto che aveva la facoltà di trasportarti avanti e indietro nel tempo...

Per fortuna, ero tornato.

Una storia di un altro mondo

Una volta passavo tutto il tempo a tastare con tutte le mani delle lastre grandissime di cristallo quasi invisibile, alla ricerca di un foro abbastanza grande da permettermi di venire fuori.
Più avanti certamente avrei trovato qualche piacevole distrazione per la mia anima assetata, magari un chiosco dove poter comprare una bottiglietta di tryptix al sangue, ma da un po' di tempo ero diventato poco incline ai piaceri corporali, e preferivo misurare le capacità dei miei gangli caudali nel superare ogni genere di paradossi: quando vi riuscivo, la cosa mi riempiva di una soddisfazione cosmica che mi faceva vibrare di gioia tutti gli pseudopodi!

Un tempo Ghlorx Maqurhyu, il mio caro vecchio antenato parziale, mi raccontò una storia molto colorata secondo la quale molto tempo fa questo nostro pianeta vagante faceva parte di un grosso appezzamento di terreno appartenente a un certo signor Vaughan, il quale lo aveva recintato di filo spinato per impedire l'accesso a qualunque altro essere che non fosse lui, e vi aveva allestito un tempio chiamato "laboratorio" dalla strana forma, fatto di quattro lati e quattro spigoli; ebbene questo signor Vaughan passava moltissimo tempo dentro questa struttura a fare strane cose, che non avevano uno scopo comprensibile. Un giorno, però, forse per errore, forse perchè era giunto il momento predestinato da ere inimmaginabili, egli invocò le Potenze Esterne, le quali finalmente posero fine alla cosmica anomalia che aveva generato quell'Universo paradossale, cancellando dallo spazio e dal tempo quel cosmo malato e creando ex novo il nostro Universo.

Quando ascoltavo questa storia, sentivo chiaramente che il mio terzo cervello si caricava di molteplici energie aromatiche...

Solo di notte...

La notte si riversava come un fiume di inchiostro fra l'uno e l'altro dei miei pensieri, e questi, così circondati, assumevano pian piano quella connotazione meditativa e quasi "sospesa" che è tipica dei pensieri notturni.

La notte, dico io, non è fatta soltanto per dormire...
Difatti la sua durata, specie durante l'inverno, eccede la durata media del sonno umano che è di otto ore, e questo significa che una parte della notte fu destinata dal Padre di Tutte le Cose a un uso diverso, che secondo me è quello del pensiero.

Mi faceva da piacevole sottofondo il verso di una civetta, padrona della campagna circostante.

E ogni ombra diventava un essere senziente, in grado di ascoltare le mie parole silenziose e di rispondermi.

Ogni notte, una strana forma di pazzia si impadronisce di me.


Solo di notte...

Stati alterati di coscienza

Basta spostare il proprio punto di vista e assumere uno sguardo lievemente trasversale sulle cose di tutti i giorni, e strane sorprese possono venire fuori inaspettatamente anche dalle cose più banali e scontate, cui nessuno fa più caso.

Mondi alieni, illuminati da soli inconcepibili dagli indefinibili colori si dischiudono davanti agli occhi dell'osservatore che sia riuscito a mutare la propria prospettiva.
Esperienze sensoriali bizzarre, in cui i sensi si confondono e si fondono assieme in spettacolari e inquietanti sinestesie...
...emozioni di inconcepibile violenza travolgeranno l'animo di chi sia riuscito in questo mutamento di orizzonti: emozioni che vanno dalla più sfrenata esaltazione alla più profonda, nera e lacerante paura!
Chi avrebbe mai immaginato che la mia mano fosse il prolungamento di una struttura serpentiforme e dotata di vita propria, situata in una dimensione parallela, il cui altro capo si concretizza nella lampada del mio salotto, la quale brilla di una luce inquietante dal colore simile al suono distorto di un clavicembalo?
Nell'inseguire la struttura, mi ritrovai proiettato in un continuum spazio-temporale in cui il mio corpo perdeva ogni significato, mentre la mia mente si fondeva con innumerevoli altre menti a formare un magma indistinto e viscoso che soffocava ogni residua capacità di ragionamento logico...
...ebbi la sensazione di annegare nel nulla, prima di rendermi conto che in realtà questo nulla era un Tutto, un Tutto magnifico, esaltante, immerso in una luce che non ha eguali e nel suono ubiquitario di cimbali trionfanti!
Nel frattempo si avvertiva un crescente ticchettio. Lo guardai, lo toccai e infine diventai io stesso quel ticchettio, muovendomi come una marionetta di legno con gli arti snodati e rigidi in un cunicolo strettissimo che passava dietro al Tutto, lo lambiva segretamente fino a sfociare nel suo luogo più intimo e reale, dove pulsava il cuore segreto del Cosmo e non c'erano più ostacoli alla libera e potente manifestazione di ondate di Amore Eterno, le quali si riversavano su di me, o meglio su quel me che era divenuto un noi Tutti, facendo crescere il nostro Io fino alle dimensioni dell'infinito.
Non ricordo altro.
Adesso sono qui, sono di nuovo io, con il mio corpo, il mio nome, la mia faccia e la mia piccola individualità umana, e sto scrivendo queste parole per tentare, con molta fatica, di far condividere a qualcun altro ciò che provai in quel momento fatto di Eternità.
In questo momento non sono felice. E come potrei, dal momento che sono tornato nel mio piccolo, povero, insignificante mondo dopo aver visto l'Eterno?

Scheletri

Vivevo in deliziosa compagnia di due scheletri, i quali riempivano la mia solitudine in quella casa così isolata dal mondo...
Li avevo battezzati Pixie e Dixie.
Non erano di molte parole, ma era consolante, nei momenti di tristezza, vedere quei sorrisi smaglianti a trentadue denti rivolti verso di me...
Quelle volte che ero furioso, per motivi che non sto qui a raccontare, li apostrofavo irritato dicendo: "Ma che cavolo avete da ridere voi due?", ma poi alla fine il loro sorriso insistente finiva per coinvolgermi, e allora alla fine sbottavo a ridere anch'io, e tutto finiva in allegria.
Eravamo proprio una bella compagnia!

Certe volte si divertivano a confondermi con dei giochi di sguardi: a volte con la coda dell'occhio percepivo che Pixie mi guardava, e allora mi giravo di scatto verso di lui per scoprire che aveva cambiato direzione dello sguardo e adesso guardava Dixie. Ma proprio in quel momento con l'altra coda dell'occhio mi accorgevo che adesso era Dixie a guardarmi, e mi giravo verso di lui che, proprio in quell'istante cambiava anche lui obiettivo e guardava il suo compagno... e io mi accorgevo chiaramente dalla loro espressione ossuta ma significativa, che si prendevano gioco di me...

Bei tempi!

Poi qualcuno venne e li vide, e scappò via urlando... e più tardi si presentò un signore in uniforme che mi fece tante di quelle domande assurde... voleva sapere dove avessi preso quegli scheletri, quale fosse la loro provenienza, e tante altre cose senza alcun senso.

Cosa avrei dovuto dirgli se non la verità?
La verità era semplicemente che Pixie era venuto un giorno lontano travestito da venditore ambulante che bussava alla mia porta, e dopo aver scherzato un po' a recitare la parte del personaggio, mi rivelò la sua vera identità, e mi chiese di aiutarlo a togliersi il travestimento.
L'impresa si rivelò non facile, in quanto, essendo lui estremamente magro, quel travestimento era molto ma molto imbottito, fatto di diversi strati di carne ben appiccicata alle ossa, e dovetti prendere un gran coltello affilato, e bollire a lungo, e procedere con pazienza per ore e ore...

Poi, un giorno, Pixie mi confidò di sentirsi solo.
"Sai", mi disse, "quando tu sei fuori a caccia o a pesca, sembra che qui il tempo non passi mai, soffro di una noia mortale...".

E fu così che decisi di procurargli una compagnia. Mi recai quella notte stessa alla città vicina e dopo aver girato un po' sui marciapiedi, finalmente vidi quello che sarebbe stato il miglior compagno possibile per il mio amico. Un vero mattacchione! Lo conobbi mentre, mascherato da prostituta, tentava di adescare alcuni passanti.

Lo caricai in macchina e lo portai a casa, quindi lo aiutai faticosamente a togliersi quel travestimento carnevalesco e finalmente lo presentai a Pixie, che presto divenne il suo migliore amico.

Nel sentire questa simpatica storia, l'uomo in uniforme assunse una strana espressione inorridita, e, chiamati altri uomini vestiti come lui, mi presero a forza e mi portarono via dalla mia casa.
Sul momento, credevo fosse un'altra mascherata, e dissi loro "Avanti, ragazzi, togliamoci il travestimento tutti quanti e andiamo a farci un bicchiere con Pixie e Dixie".
Ma questi scheletri travestiti da uomini in uniforme non avevano alcun senso dell'umorismo: mi presero a forza e mi separarono per sempre dai miei amici.

Una finestra su un mondo alieno

Non era materia inerte.

Aveva piuttosto le qualità di una materia vivente anche se non faceva parte di nessun essere vivente, di nessun organismo.
Era una sorta di protoplasma che mutava continuamente forma pur rimanendo ostinatamente uguale a se stesso.
Le pieghe che formava si intersecavano attraverso innumerevoli piani extradimensionali, cosicchè ne appariva ora una minuscola porzione, ora una quantità enorme, perchè una parte variabile del suo essere si trovava in ogni momento al di fuori delle dimensioni a noi accessibili.
Ordinai al Viklamadh una coppa di tryphlogh linfatico e mi distesi comodo sul mio cubo a sorbirmela immergendo voluttuosamente i miei pseudopodi cefalici in quel sublime miscuglio di essenze aromatiche, assaporando completamente lo stato di infinita beatitudine procuratomi dalla bevanda e dalla contemplazione di quello strano fenomeno che si snodava attraverso le dimensioni inaccessibili.
Ad un tratto il mio xhanakryd mi scosse violentemente da quello stato di pace assoluta: il tempo era entrato nell'ultimo stadio acronico prima della grande manifestazione delle spore iridescenti, e sarebbe stato da folli perdersi quello spettacolo, se non altro perchè il giorno dopo l'alto sacerdote delle Infinite Consuetudini ci avrebbe interrogato sulla cosa, e sarebbe stato altamente disdicevole non essere in grado di riferire le evoluzioni del fenomeno, almeno in minima parte: nel nostro agglomerato di semisfere non era assolutamente tollerata la negligenza nei confronti dei fenomeni religiosi, e il biasimo che ne avrei ottenuto sarebbe stato sufficiente a eliminare la mia ombra dal suolo per sei o sette infinità temporali.

Scegliersi una vita

Era un uomo quadrato e positivo.
Aggressivo quanto basta e anche di più.
Vorace, materiale.

Era inquadrato nella sua professione, nel suo nome e nella sua origine, e nel tentare di guardare dietro i vetri dei suoi occhiali, impresa pressochè impossibile, mi domandavo cosa ne sarebbe stato di lui se fosse stato improvvisamente abbandonato nel posto più isolato del più desolato dei deserti...

Credo che ne sarebbe morto...

Ma a volte in certi casi una strana alchimia si crea nella mente, ed è allora che alcuni di questi uomini iniziano veramente a vivere, per rendersi conto, qualora siano particolarmente intelligenti, che quella precedente non era neanche la più pallida parodia di una vita propriamente detta.


Un giorno conobbi un eremita che viveva su una montagna sperduta.
Al mattino salutava il Sole con un ampio gesto della mano, quindi andava cantando in cerca di qualcosa di commestibile nelle desolate vallate o scendeva in paese a comprare del cibo.
Non aveva denaro, ma i paesani erano ben contenti di ascoltare le sue Storie, e questa era la moneta con cui pagava un pezzo di pane e formaggio o qualche frutto al negozio di generi alimentari.

Poi si rifugiava nelle sue Solitudini, e allora veniva il bello: egli sprofondava in mondi che nessun altro potrà mai conoscere, e ne cavava parole sublimi e storie fantastiche, e perle di saggezza infinita...


-Un giorno- mi disse, -mi chiamavano dottore, e mi rispettavano, e si inchinavano davanti a me... poi quando ero passato cambiavano espressione e mi odiavano, e mi insultavano di nascosto, e architettavano mille modi per farmi del male.
-Quando si accorsero che io non ero in grado di fare del male agli altri iniziarono a isolarmi dal loro contesto.
-E poi, quando me ne accorsi anch'io, completai l'isolamento, mi misi in cammino ed eccomi qua.

-Non è facile scegliersi una vita...

Ripensamento

Osservare i propri passi è uno sport poco praticato, come anche osservare le stelle...
Il mondo si muove troppo velocemente per poter indulgere in queste attività prive di senso, e quella sera anch'io avevo un appuntamento urgente nel quale avrei scambiato simpaticamente qualche stralcio di valore monetario con qualcun'altra persona od oggetto della mia città.

Invece, di punto in bianco, decisi di non andarci.
Qualcuno, anzi quasi tutti, in realtà, mi avrebbero dato del matto, ma prima di giudicare bisogna considerare che forse la maggior parte della gente avrebbe fatto come me, se solo avesse udito quel che udii io in quel momento.

Era una voce proveniente da un ramo di quel pino, la quale iniziò a raccontarmi una storia.
All'inizio non le diedi peso, ma poi, pian piano, mi appassionai a quella storia e riconobbi che la sua trama era davvero avvincente, tanto che non riuscii più a staccarmi da quel posto e dimenticai tutto il resto.

Gli alberi non raccontano storie come noi umani, ah, no, affatto! Il loro modo preferito di esprimersi è tramite la suggestione di immagini, e le loro trame sono fatte di immagini mute che si susseguono l'un l'altra...

vidi una mano che toccava il tronco, quindi due occhi tristi e ancora quella mano sporca di terra...

...poi un bambino che correva felice, e una foglia secca al suolo...

...e una donna serena seduta in una vecchia casa, e una porta, e un calice colmo di vino.

Vidi poi un vecchio, seduto davanti a un camino, intento a parlare pacatamente con alcuni ragazzi che gli si erano seduti vicino...

...e un robusto contadino tornare a casa e deporre gli attrezzi da lavoro con mani callose, e un sorriso stampato sul volto...

...e un cielo meditabondo d'autunno...

...e poi divenne sera, e due occhi guardavano le stelle...

...e poi divenne notte, e due mani si toccarono.

Fu così che decisi di entrare in quella storia per non uscirne più. Sono passati mesi ed io sto sempre all'interno della storia, all'interno di quella vecchia casa e all'interno dell'albero, e francamente non ho alcuna voglia di uscirne.

Ho scoperto che nelle storie raccontate dagli alberi abbiamo tutti un'anima.

Fuori, invece, abbiamo soltanto un valore sul mercato.

Un quadro

Nell'atmosfera trasognata di un tramonto statico che sembrava più uscito da un quadro che da un segmento di realtà, decisi di spiare cosa ci fosse oltre i profili di quelle colline che ormai conoscevo bene causa il loro far parte dell'abituale panorama visibile dalla finestra della mia grigia casa della piccola città.

Immaginavo un mondo all'incirca uguale a quello del quadro che avevo in salotto, e decisi che sarebbe stato davvero interessante avventurarvisi, se non altro per la strana atmosfera, difficilmente descrivibile a parole, che ne emanava.

Mi incamminai a piedi. Non avevo alcuna fretta.

Intorno a me si diradavano sempre di più le cose consuete, e pian piano venivano fuori cose strane, sempre di più man mano che mi allontanavo dalle strade abitualmente battute.
Visi alieni che di per sè non avevano nulla di diverso da normali visi umani, ma emanavano qualcosa di strano, anzi direi di estraneo, che inizialmente infastidiva, ma poi, facendoci l'abitudine, diventava pian piano una sensazione piacevole, che stuzzicava la curiosità e il gusto della scoperta. Persino l'asfalto della strada e i marciapiedi, gli alberi e i muri delle case partecipavano di questa strana impressione, che sembrava assumere col tempo una propria fisionomia, quasi uno spirito tutelare dei luoghi che permeava di sè ogni cosa.

Ero ormai in aperta campagna. Superata una piccola collina, iniziai a udire lo scorrere di un piccolo fiume provenire da oltre un boschetto.
Avanzai un po' e infine eccolo lì! Era il mondo irreale del mio quadro, del quadro che avevo in salotto!
Non mancava nulla: il bosco, il fiume tranquillo, il contadino che tornava dai campi, la piccola casetta rustica dai muri grezzi, il bambino che giocava davanti alla porta, il fumo che usciva dal camino... persino le nubi leggere erano identiche, e il colore del cielo era esattamente dello stesso colore rosso, quello di un eterno tramonto congelato in un istante infinito!

Mi immersi in quel mondo in un istante interminabile di beatitudine...
...quindi mi resi conto che doveva essersi fatto tardi, davvero tardi: era proprio ora di andare, sì, proprio ora...
Mi affacciai dalla cornice, spiccai un bel salto e andai a finire sulla cara, vecchia, comoda poltrona del mio salotto.

Antico

Amo i negozi antichi, con pesanti scaffali di legno polverosi,
amo gli antichi libri ingialliti,
visi di anziani che inforcano gli occhiali e leggono con pazienza le pagine impreziosite dal tempo.

L'occhio si fissa su un dettaglio, un oggetto...
lo prende fra le mani e lo ascolta.

Una pendola scandisce paziente i discorsi e le inveterate consuetudini...

Un tempo...

Il sole splende d'estate, poi in autunno la campagna diventa di tanti colori, in inverno c'è la neve e in
primavera tornano i profumi e i fiori...

In questo quadretto mi trovavo a camminare, un giorno, per il vicolo del paesetto. La gente mi salutava rispettosamente, e io rispondevo con generosi sorrisi, di tanto in tanto fermandomi a chiedere a qualcuno come stesse la mamma o il fratello o la nonnina, promettendo
che sarei passato a controllare e a prendere, con la scusa, un buon caffè...
ero particolarmente allegro, quel giorno, perchè Anselmo, quel ragazzone che abitava nella casetta
accanto al fosso, il quale si era procurata una brutta distorsione, aveva recuperato completamente, cosa della quale sentivo di aver avuto gran parte del merito...

Non l'ho mai detto a nessuno, ma mi sono sempre sentito una sorta di padre per tutti loro, per quei semplici paesani incolti ma dall'animo puro e generoso. Molto spesso mi capitava di commuovermi di fronte a quei visi che mi guardavano con occhi ingenui e speranzosi quasi come se
fossi il loro dio, e allora scendevo subito da quel fastidioso altare sul quale mi avevano metaforicamente posto e cercando di trattenere la tentazione di una lacrimuccia di umana commozione, stabilivo un rapporto per mezzo di un lieve contatto fisico, come una mano su
una spalla, una carezzina, o prender la mano, così da cercare di trasmettere in qualche modo il concetto che non ero lì per essere adorato e incensato, bensì per aiutarli e amarli quanto possibile, stando loro vicino col cuore prima che con la scienza medica...

"Sai, don Ferdina', mi ha sempre molto colpito, fra gli altri, quel passo dei Vangeli che hai letto qualche domenica fa, quello in cui Cristo dice, non ricordo bene, che il ruolo del capo è quello di servire gli altri, o qualcosa del genere... Una volta, quando ero molto più stupido di adesso, avevo un'ambizione sconfinata: volevo diventare il più grande scienziato del mondo, essere famoso, primeggiare su tutti... poi pian piano sono giunto alla conclusione che non ne valeva la pena... No, don Ferdina', il Potere non è per me! Troppi compromessi, troppi legami, troppi ricatti!
E poi mi sono accorto che non ho la stoffa per comandare, io: mi faccio scrupoli persino nel comandare al cavallo di galoppare e di fermarsi... Eheheh...! Così ho scelto di seguire il buon consiglio di Nostro Signore, per quanto posso. L'unica cosa che spero è di farlo al meglio: non sempre, in confidenza, me ne sento capace..."

Il buon prete se la rideva di certe mie confidenze, e mi prometteva scherzosamente che le avrebbe ritenute materia soggetta al segreto confessionale! E io lo ringraziavo di ciò, che se certe cose si fossero sapute in giro avrei fatto una figura da vera pappetta umana. Ma il pretaccio era un buon amico, e con lui certe confidenze me le potevo permettere.

I bambini sono sempre stati il mio debole! Ogni tanto, specialmente d'inverno, la sera, quando nevicava e c'era vento, amavo raccoglierne un po' a casa mia e mentre mia moglie preparava un po' di dolci da distribuire allegramente a quei pulcini affamati, li intrattenevo raccontando storie. Sai, avevo una discreta capacità di rendere adatti a orecchie infantili un po' tutti i tipi di storia, e a loro piaceva ascoltare. Una delle mie specialità erano le storie di fantasmi, ma dovevo stare attento a studiare le espressioni soprattutto dei più piccoli, per non rischiare di spaventarli davvero. Quando fuori nevicava e faceva freddo, intrattenersi davanti al camino con qualche dolcetto e, per gli adulti, un buon bicchiere di vino, era una delle cose più belle che si potessero mai immaginare...


Poi vennero i tempi freddi, e tutto divenne corsa, fretta, frenesia, tutto divenne rapido, e freddo, e il mondo assunse il colore del metallo..

Mi ritrovai in un grigio stabilimento industriale nella squallida periferia di una città, davanti a una catena di montaggio sulla quale passavano membra umane chiamate pazienti, a ognuna delle quali bisognava attaccare un cartellino con un codice a barre recante il codice numerico della diagnosi, quindi passare all'altro banco dove veniva decisa la destinazione del pezzo chiamato paziente.
Il gigantesco meccanismo sferragliava con un frastuono assordante che rendeva impossibile a noi operai parlare, sempre che ve ne fosse il tempo.
Ogni tanto cercavo di parlare con uno di quei pezzi chiamati pazienti, ma se indugiavo troppo
arrivavano le urla del collega che stava alla postazione della catena successiva alla mia, il quale protestava per il rallentamento del lavoro.
Alla sera ero troppo stanco per fare qualunque cosa che fosse diversa dall'incanalarmi per la strada insieme a migliaia di altri pezzi come me per tornare al mio appartamento al sesto piano di un
elegante palazzo e crollare sul letto a recuperare energia per un altro giorno in fabbrica.

Perchè tutto questo?
Un giorno era arrivato in paese l'Uomo Colorato, un ometto piccolo che indossava un
assurdo vestito dai colori sgargianti e cangianti, che si muoveva velocissimo sgattaiolando qua e là, parlando in continuazione molto velocemente, e, quando passava, la gente rimaneva incantata a guardarlo, e lo seguiva come ipnotizzata.
L'Uomo Colorato aveva una valigetta dalla quale tirava fuori incredibili quantità di roba assurda, e la
mostrava alla gente, e spiegava alla gente come quella roba fosse indispensabile: un caimano a rotelle, un porcellino elettronico, una matita a raggi catodici, un accartocciatore di fogli usati a energia nucleare... tanta roba del tutto surreale e inutile ma tanto tanto affascinante, e poi tirò fuori da quella maledetta valigetta tutta una serie di travestimenti e li faceva indossare alla gente:
-Ecco- diceva- guarda come sei più bello travestito da perforatore di ciambelle! E tu, vieni, vieni qui, indossa questo, ecco, un costume da saltatore di siepi, guarda come sei bello! Oggi tutti dovrebbero essere saltatori di siepi, le ragazze adorano i saltatori di siepi... E tu, bella ragazza, guarda come ti faccio diventare la pelle morbida con un tocco del morbidificatore Zyngh, ecco, guarda... che fantastica che sei, le tue amiche ti invidieranno, tutti i ragazzi vorranno solo te...

Ed ecco che poi, di colpo, ricacciava tutte quelle cianfrusaglie nella sua valigia e faceva per andar via, dicendo con tono beffardo che, peccato, eravamo troppo poveri per poter comprare quello che ci aveva mostrato, ma che qualora avessimo voluto comprare, lo avremmo trovato all'indirizzo tal dei tali... Quindi si dileguò, lasciandoci perplessi col dubbio di essere poveri.
Non ci avevamo mai pensato, prima...

Storia di un miracolo e di un crollo di fede

Passando il tempo seduto all'angolo della piazza, giocherellavo con la polvere che si accumula agli angoli di tutte le piazze di questo mondo, e consideravo più del dovuto alcuni pensieri vaganti di pochissima importanza.

All'improvviso mi scossi!
Bestemmiando come un invasato, digrignai i denti e formulai preghiere distorte al più grande degli Dei maggiori, che dispensa a suo capriccio il bene e il male secondo criteri assolutamente alieni.
Ad un tratto ebbi una folgorazione: dal centro esatto del Sole un raggio dorato partì e mi illuminò il volto, e vidi dipartirsi da esso miriadi di scintille multicolori, al centro delle quali si profilò un volto che era proprio quello del dio maggiore che avevo invocato.
In estasi, mi predisposi a seguirlo, e lo seguii lungo lo splendente raggio aureo, fino alle ultime profondità del Cosmo...
...ma a un tratto mi chiesi: "E se, nonostante tutto questo, domani sarà ancora come ieri?"
...e lo sconforto mi tirò giù di colpo ancora all'angolo della piazza, a giocherellare con la polvere che si accumula agli angoli di tutte le piazze di questo mondo, e a considerare più del dovuto alcuni pensieri vaganti di pochissima importanza...

Storia di una casetta disegnata da un bambino

Vivevo in una casetta in campagna, che sembrava il disegno di un bambino.
All'epoca scrivevo semplici storie su un delizioso quaderno a quadretti, seduto a un tavolino davanti alla porta della mia casetta, o, se pioveva, mi accomodavo a scrivere in cucina, vicino al fuoco che arde eternamente negli eterni caminetti di tutte le casette disegnate dai bambini.

Il giorno arrivava, e poi arrivava il pomeriggio, e poi la sera.
Tutto si svolgeva serenamente, come in una storia sempre uguale.
Ma bastavano i miei pensieri e la mia fantasia a rendere ognuna di quelle giornate sempre diversa... e poi chi lo ha detto che le giornate tutte uguali sono una brutta cosa? Nel mondo delle casette disegnate dai bimbi anche i giorni tutti uguali sono belli, e soprattutto non sono mai, mai noiosi.

E poi c'erano le stagioni.
Sì, anche sui quaderni a quadretti cambiano le stagioni.
C'è la primavera di tanti colori, l'estate verde e gialla, l'autunno rossiccio e l'inverno bianco.
Ovviamente c'è tanta neve.
E quando c'è la neve, la vita vi si nasconde sotto, accucciandosi ben bene al calduccio, come facciamo noi nella nostra casetta.

Poi in primavera, arrivano i profumi, tanti, buonissimi...

E d'estate arriva tanto sole per giocare all'aperto, e poi in autunno si pensa di nuovo a prepararsi al nuovo inverno, e si ricomincia a rifugiarsi in casa quando fuori inizia a piovere.
E' bello il rumore della pioggia, se hai una casetta, specialmente se si tratta di una di quelle casette disegnate dai bambini.

L'uomo che viveva al centro di una rotatoria

Beh... l'aiola è perfettamente circolare e quindi è sicuramente un luogo bello a vedersi.

Certo, quando piove ci sono due esigenze: non bagnarsi troppo e non avere freddo. Un po' ci si può anche bagnare, per carità, ma la cosa fondamentale è non avere freddo: è una cosa che non sopporto, e purtroppo è un frequente effetto collaterale del vivere in un'aiola.
Qualche coperta e un telo impermeabile, usati al meglio, possono andare benissimo.

Sistemato in questo modo, adesso il problema fondamentale è la noia:
non potendosi muovere, sarà difficile trovare il modo di passare il tempo...
In un'aiola non si può usare un computer, se non altro perchè non esistono prese di corrente dove attaccare la spina.
Neanche un cellulare per lo stesso motivo.
Certo, l'uno e l'altro di questi strumenti si potrebbero anche usare a batteria, a condizione di
trovare un luogo dove attaccare la spina ogni tanto per ricaricarla...
La grettezza umana non mi stupisce più, per cui non mi stupisce il fatto che nessuno ti concederà di attaccarti alla sua rete elettrica senza un'adeguata remunerazione, e per quanto riguarda il denaro ho problemi più importanti da risolvere, quindi l'approvvigionamento elettrico passa necessariamente in secondo piano.

Già... si può mangiare senza denaro? Questa società ti costringe a dipendere in modo patologico da quei pezzi di carta colorata! Bella roba!
Prima si procede all'annientamento sistematico degli animali selvatici e alla recinzione di tutti gli alberi da frutta e delle piante commestibili... poi si pretende che tu possa ottenere del cibo soltanto dando alcuni di quei pezzi di carta a chi ha recintato le piante o segregato gli animali in luoghi chiusi!
Tutto questo non è assolutamente sportivo, no, è profondamente ingiusto!
Si dovrebbe dare la possibilità di scegliere, ad ognuno di noi, se vivere con il sistema dei
pezzi di carta o procurarsi il cibo da sè, con la caccia o la raccolta, senza dover seguire obbligatoriamente quegli assurdi rituali previsti per ottenere i pezzi di carta.
Oh, nessun problema! Non avrei alcun problema, io, ad andare a caccia, se solo non avessero sterminato la selvaggina.
Idem per la raccolta di vegetali commestibili.
Tutto questo è diabolico, assolutamente diabolico!

Però mi ricordo un'antica storia, che parlava di un uomo che viveva anche lui in un'aiola, il quale andava nei paesi e nei villaggi, e raccontava storie bellissime, e cantava meravigliose canzoni, e la gente dei paesi e dei villaggi, che apprezzava le belle storie e le meravigliose canzoni, anche se era gente che teneva recintati gli animali e le piante commestibili, gli dava roba da mangiare in cambio delle sue storie e delle sue canzoni.
Tutto ciò era bello.
Era bello perchè quest'uomo era diventato amico dei buoni paesani, e i buoni paesani amici suoi.
Erano tempi diversi, in cui si poteva ancora vivere nelle aiole...
Poi la televisione disse che gli uomini che vivevano nelle aiole erano cattivi, e i buoni paesani, vecchi amici di quell'uomo, non vollero più essere suoi amici perchè la
televisione aveva svelato loro l'inganno.
Così tutti smisero di dare cibo a quell'uomo, e invece di ascoltare le sue storie e le sue canzoni si misero ad ascoltare le storie e le canzoni della televisione.
E così l'uomo dell'aiola si trasferì in paese e si trovò un lavoro, e non raccontò più storie e non cantò più canzoni, ma ascoltò anche lui le storie e le canzoni della
televisione, e l'aiola restò deserta per sempre.
Questa è una storia triste.
Le storie della televisione, invece, erano sempre allegre.

Facendo qualche lavoretto qua e là, forse qualche pezzo di carta colorata potrei anche ottenerlo, in modo da darlo a quelli che recintano piante e animali in cambio di qualcosa da mangiare.
In fondo non ho bisogno di molto altro.

Sai, ho fatto una scoperta molto importante, alla quale forse nessuno è mai arrivato: la maggior parte della gente ha bisogno di tanto denaro perchè ha bisogno di comprare simboli.

Già! Simboli! Roba che ha l'unico scopo di mostrare agli altri che si è persone importanti, rispettabili, degne di stima.
Parliamoci chiaro: da queste parti, e nel raggio di molte migliaia di chilometri, la gente tiene molto alla stima degli altri, ossia al fatto che gli altri li ritengano persone di valore...
Il bello è però che la cosa che più dà valore a una persona è il possesso di grandi quantità di quei pezzi di carta colorata: più ne hanno e più cresce la stima degli altri nei loro confronti.
Mi sembra chiarissimo che tutto questo è sintomo di una grave patologia mentale! Come può mai essere che una persona venga stimata non per quello che è ma per quello che ha?
Per quanto riesco a concepire io, sono le qualità intrinseche di una persona ad esprimere il suo valore, non gli oggetti in suo possesso: infatti, essendo questi oggetti diversi dalla persona, come può il loro valore rappresentare il valore della persona, che è una cosa distinta e separata?

Comunque, in tutto questo delirio, i fatti sono questi: la persona viene valutata per i denari che possiede.
Ovviamente, però, per essere stimato un uomo non può tenersi per sè i suoi denari ma deve mostrare agli altri di esserne in possesso: così deve impiegare parte di questi denari per acquistare oggetti che mostrino agli altri la sua disponibilità di denaro. Questi oggetti sono quindi,
appunto, SIMBOLI del denaro.

Francamente, di comprar simboli non ne ho nessuna voglia! Sarà che della stima altrui non è che mi importi poi molto...

Oggi il cielo mi ha cantato una strana canzone: questa mattina era un'allegra melodia in sol maggiore, limpida e cristallina, che si è poi trasformata in una fragorosa marcia trionfale con un
fragore di ottoni a volte veramente fastidioso...
A sera, invece, è andata a finire in do minore, con un continuo rullare di timpani in sottofondo e la musica spezzata di violini disperati.
Qualcuno direbbe che stamattina era sereno, quindi ha cominciato a picchiar forte il sole, quindi a sera c'è stato un temporale... ma a me piace esprimermi per sinestesie.
È un modo di passare il tempo mentre aspetto che spiova accucciato nella mia coperta sotto il telo impermeabile.

Credo che la cosa che più manchi a chi vive in un'aiola sia il contatto con una voce amichevole e una mano calda... ma poi mi consolo col fatto che queste cose mancano spesso anche a chi vive in una
villa con venti stanze. Forse anche di più.

Antico componimento poetico di autore ignoto

Qualcuno mi disse che sono una nullità.
Io mi dissi che sono un'infinità.
Chi conta di più?

Relativo è il valore di una persona:
nulla al mondo può trovare il giusto peso
da porre sull'altro piatto della bilancia.

Mille anni, duemila, tremila cercai la soluzione
e mille, duemila e tremila anni mi invischiai sempre più nell'Enigma.

Traversai nella notte boschi terrificanti pieni di occhi
che guardavano in ogni direzione da ogni angolo
e non trovai mai l'Occhio che potesse
definitivamente arrogarsi la Ragione.

Mille e più campi di battaglia scorsi di lontano,
ed eserciti immensi scontrarsi nelle pianure
in un macabro fragore di armi e di ossa spezzate
ma mai e poi mai riuscii a comprendere
quale di essi fosse il Buono e quale il Cattivo.

Tornai infine a casa
nudo, affamato e stanco
portando con me un unico grande Tesoro
racchiuso dentro un sacco:
esso era il grande dono della Verità
che ha il nome sublime e divino di Incertezza.

Così, compreso il Tutto, ebbi riposo.

Teschi...

Ospiti frequenti delle case di studenti di medicina, c'era chi li teneva su un mobiletto, chi sul comodino accanto al letto...
Non ho mai capito dove se li fossero procurati, e non si può non sospettare che, almeno in alcuni casi, la presenza di tali inquietanti ospiti in quelle case potesse aver avuto origine da nefandi atti di profanazione...

Io sono sempre stato sensibile, e mai avrei avuto il coraggio di tenerne uno, anche se bisogna riconoscere che nello studio di ossa complicate come lo sfenoide e il temporale sarebbe stato una mano santa, ma in certe notti tempestose, quando il sonno tarda ad arrivare e ti ritrovi solo, faccia a faccia col tuo ospite inquietante, mentre da fuori giungono i boati dei tuoni, i bagliori dei fulmini e lo spettrale ululato del vento, potresti trovarti in una di quelle situazioni magiche in cui è possibile sentirne la VOCE, e allora le parole mute che ne verrebbero potrebbero non essere del tutto piacevoli o rassicuranti...

Il paesino semiabbandonato di Rocca..., nel profondo appennino, aveva un cimitero in stato di degrado, con il terreno dissestato, tombe abbondantemente scoperchiate, lapidi rotte... e fu lì che incontrammo la "Signora Senza Testa".
Giaceva sotto una lapide mancante di una buona parte, aveva indosso una maglia color rosso porpora dalla cui manica usciva una mano ben composta con tutti i pezzi in ordine, carpo, metacarpo, falangi, falangine e falangette, ordinatamente posata al suolo in atteggiamento prono... ma NON AVEVA LA TESTA: il cranio era assolutamente mancante!
Ricordando certe macabre storie in cui si raccontava che studenti di medicina senza troppi scrupoli si fossero recati a procacciarsi materiali di studio in cimiteri semiabbandonati di paesini sperduti di montagna, formulai facilmente la più agghiacciante delle ipotesi circa il destino della testa mancante di quella povera donna, e me ne rattristai.

Chissà, forse nelle notti di tempesta il vento ululante porta con sè uno spettro che, uscito da quella tomba dissestata, si reca dietro i vetri della finestra di qualche casa di studente, a perdersi nella penosa contemplazione del suo cranio perduto che magari riposa, trasformato in abat-jour con una lampadina introdotta dal foro occipitale, sul comodino di qualche spiritoso e irrispettoso studente...
Requiescat in pace!

Mi scoprii a parlare con una tazza. La vedevo, percorsa da una crepa, ancora lì, sul tavolo. Le crepe sono preziose.
sabato 1 marzo 2014

Suonava un Antico strumento.

Dalle profondità legnose del Tempo, suonava.

Nella sua mano contavo tendini e vene, e il suo sguardo enigmatico, con un sorriso scolpito nella quercia, mi guardava dalle Altezze del Tempo.

Sì, lui sapeva leggere il Mistero che si celava entro un filo d'erba, in un frammento di corteccia, nel vento, nei sassi.

Sapeva, lui, sì...